Fabrizio Liuzzi nasce a Cosenza nel 1981 dove tuttora vive e lavora. Studia Storia dell’ Arte all’ Università degli Studi della Calabria e si laurea nel 2007. In un primo momento si avvicina alla fotografia da autodidatta, poi seguendo diversi corsi e workshop in tutta Italia ed esponendo in mostre collettive e personali. Fortemente legato alla sua terra, predilige il linguaggio espressivo del  reportage.  Nel 2013  il progetto  fotografico  “Paesaggi Urbani”  viene pubblicato dalla casa Editrice Luigi Pellegrini. Nello stesso anno, una delle immagini del progetto è esposta al Milano Photoshow presso lo stand di Nikon Italia. Dal 2014 si occupa principalmente di denuncia sociale con il progetto “Ai Margini” sul campo Rom di Cosenza, che viene selezionato per la Biennale D’arte Fotografica  Riviera dei Cedri. Nel 2016 inizia una collaborazione con la campagna nazionale LasciateCIEntrare lavorando ad una nuova idea: in “Migrant Hotel” descrive le difficoltà nella fase di prima accoglienza ed i problemi di integrazione riguardanti i migranti sul territorio Calabrese. Alcune sue opere sono state pubblicate sui portali web di Nikon Italia, del National Geographic Italia e di Photo Vogue Italia. Collabora con la stampa locale e quotidiani on line.

La città perduta.

San Ferdinando, Rosarno, Calabria, Gennaio 2018.

Il comune di Rosarno, situato nella Piana di Gioia Tauro in provincia di Reggio Calabria, ospita da più di 10 anni circa 2550 migranti che lavorano con regolare permesso di soggiorno (solo il 10% è irregolare) nelle campagne limitrofe. Secondo il mediatore culturale Mamadou Dia, della Ong ME.D.U. (Medici per i diritti umani), «praticamente tutti» lavorano in nero, in una situazione di illegalità quotidiana e di violenza continua perpetrata sotto gli occhi di tutti. Essi vivono in una tendopoli  circondati  dai  loro  stessi  rifiuti,  senza  acqua  potabile,  senza  servizi  igienici  ma soprattutto senza alcuna voglia di arrendersi.

Rosarno è noto alle cronache per la rivolta del gennaio 2010, scaturita dall’ aggressione da parte di due uomini del posto ai danni di due migranti che insieme ad alcune centinaia di ragazzi stranieri, lavoravano come braccianti. Vivevano tutti in condizioni disumane in una vecchia fabbrica e in alcune baracche ricavate con cartoni e plastica nella zona industriale di San Ferdinando. Di fronte all’ennesima provocazione e violazione dei propri diritti, i giovani extracomunitari hanno espresso la loro esasperazione purtroppo esplosa in gesti violenti, sedati dall’intervento delle forze dell’ordine.

Otto anni dopo, durante la notte del 26 gennaio 2018, un incendio è divampato nella tendopoli di San Ferdinando distruggendo duecento baracche e tende in cui trovavano rifugio i migranti e uccidendo una ragazza nigeriana di ventisei anni: Becky Moses.

Le immagini prese documentano lo stato del campo il giorno successivo all’evento, la manifestazione dei migranti per ricordare Becky e la protesta contro condizioni di vita ormai insopportabili, alle quali tuttavia uomini e donne del XXI secolo sono ancora costretti.

La fotografia diventa così un microfono, un cannocchiale, persino un’arma utilizzata come strumento di conoscenza e  di denuncia di una situazione che per alcuni ha smesso di garantire anche il diritto alla vita.

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