Vive in Umbria, predilige il reportage in B/N. E’ coautore, col giornalista RAI, Luca Cardinalini, del libro fotografico “STTL La terra di sia lieve” (Ed. DeriveApprodi,Roma, 2006); insieme a Luigi Loretoninel 2008 ha pubblicato il fotolibro “Miserere” (Ed. L’Arte Grafica),nel 2011 “Gubbio, I Ceri” (Ed. L’Arte Grafica) e nel 2014 “Kovilj” (Ed. L’Arte Grafica); è coautore del libro “I colori del Jazz”(Federico Motta Editore, 2010). In ultimo ha pubblicato il libro fotografico “Boxing Notes” (Edizionibam). Ha esposto i propri lavori in numerose mostre sia personali che collettive. Premiato o finalista in numerosi contest nazionali e internazionali.

 

 

BOXING NOTES

Giuseppe Cardoni
“Nonna Mira, la vera appassionata di boxe in famiglia, metteva la sveglia alle tre di notte e chiamava mio padre e me (bambino) per vedere insieme i grandi incontri in diretta dal Madison Square Garden di New York. Con questa memoria, sono andato alla ricerca di quelle atmosfere e dei valori della grande Boxe degli anni Sessanta-Settanta”.

Luca Cardinalini, giornalista RAI
Corde, assi di legno, tappeti sdruciti, muri scrostati, scarpe consumate, piedi, chiodi, sacchi, asciugamani, accappatoi, immagini sacre, scale di ferro, luci al neon, smorfie di dolore, il riso della vittoria. Il pugilato.
Quello “raccontato” da Giuseppe Cardoni non tiene conto di categorie, pesi e tabellini. L’obbiettivo fissa i luoghi, le stanze, gli spazi dove si allenano – insieme e ogni giorno – muscoli e speranze.
Dalla “povera” palestra Academia de Boxeo Henry Garcia Suarez, ad Holguin (Cuba), sono usciti campioni olimpici e mondiali. E non si direbbe.
La “macchina stilografica” di Giuseppe ha impresso, oltre agli umori e ai sudori dei presenti, anche il respiro profondo di questo sport, il rispetto quasi paterno per l’allenatore e per i campioni, la disciplina per l’allenamento, l’amicizia per i compagni, il ritmo nelle gambe e nelle vene, la fierezza e il coraggio.
I ragazzi iniziano ad allenarsi a circa 10 anni, spesso senza casco e senza scarpette, inseguendo a mani nude una vittoria con molte dediche: se stessi, la propria famiglia, il Paese.
A Buenos Aires, la palestra Boxing club Ferrobaires, è ricavata proprio sotto la vecchia stazione abbandonata Constitucion.
La lunga marcia per diventare campione del mondo inizia infilandosi dentro un buco di cemento, scendendo per una scala arrugginita e insicura. Pioggia o sole, lì sotto c’è sempre il buio.
Da dietro la porta arriva una fessura di luce e alcuni rumori, di guantoni e voci. Compresa quella di un settantenne in canottiera bianca e calzoncini da boxeur, che quel 7 novembre 1970, era all’angolo di Carlos Monzon, nella sfida epica con Nino Benevuti.
Josè Menna allena gratuitamente i ragazzi, sotto al livello della strada, per provare a sottrarli alla strada: “La gioia più grande è quando uno di loro, sorridendo, mi dice di sentirsi un’altra persona”.

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