ph. Gaetano Gianzi

La mostra che riguarderà Corigliano è stata curata da Luca Campigotto, nato a Venezia, vive e lavora a Milano, laureato in Storia Moderna, dalla metà degli anni Ottanta fotografa il paesaggio, l’architettura e l’industria. Ha realizzato progetti di ricerca su Venezia, Roma, Napoli, Londra, New York, Chicago, l’India e altri luoghi del mondo. Ha esposto i suoi lavori nelle Gallerie, Fondazioni e Musei più prestigiosi. Sue opere fanno parte di collezioni private e pubbliche. Ha pubblicato libri per diverse case editrici, le sue foto sono apparse su riviste italiane e straniere di successo. Peculiarità di Campigotto è anche la sua dimestichezza con la poesia. La scrittura come esperienza non di sostegno alle immagini, ma come amplificazione del visto, sottolineatura dell’intimo sentire. Si racconta in un’intervista e ci racconta il suo viaggio a Corigliano dove ritornerà per presentare la sua mostra.

Da dove nasce la sua passione per la fotografia?
Nasce dall’osservazione delle foto, foto fatte da altri che mi rievocavano suggestioni, memorie. Così è nato un filone, il mio legato al paesaggio, alla memoria, alla storia, com’è accaduto con le foto del Cairo, il deserto, o altri paesaggi anche urbani.


C’è nelle sue scelte dei viaggi, anche un rapporto con la spiritualità?

No, mai. Scelgo i luoghi perché mi attirano gli aspetti suggestivi, mi piacciono i luoghi forti, che raccontano la propria storia.

Celebri i suoi notturni di cinque metropoli: da Londra a Napoli, New York… come organizza i suoi viaggi di lavoro? Prima di partire si prepara? Va cioè a caccia di notizie sui posti o si appresta a “sfruttare” lo sguardo ingenuo, lo stupore del nuovo, chi arriva da straniero coglie aspetti diversi.
No, in genere mi piace scoprire il posto quando arrivo. Una parte del godimento credo sia proprio non prepararsi, sperare che il posto sia lì a dirti qualcosa. Si fotografa per portarsi poi a casa un pezzo di quel luogo, per poi rievocarlo. Qualcosa che ne ricordi i profumi, la luce, le suggestioni.

Si evince dalle sue immagini una predilezione per i luoghi più che per le persone.
Praticamente si.

Hanno un’anima anche i luoghi?
Per me ce l’hanno di più. A me trasmettono emozioni. Mi piace il reportage, ma spesso le persone sono messe lì, visioni già predisposte…

Quasi un quadro… Non le dicono molto insomma.
Sì, fotografare il vecchietto, il bambino non è ciò che sento, anche se mi è capitato. Lascio fare queste foto a chi le sa fare più di me. Il punto è che a me piace proprio la forza che esprimono i paesaggi, mi piace guardarli, ammirarli, sento questa necessità che poi si traduce in immagini.

La fotografia racchiude tante verità? Qual è quella che vuole rappresentare?
Una premessa fondamentale è che la fotografia non dice la verità, ne dice talmente tante. Per me ce ne sono due, almeno così credo: una evocativa, cioè che faccia ricordare un luogo, riaccendere un profumo; e l’altra è, che mi piace racconti la storia del luogo, come a Chicago, New York, con luci, modernità, visioni urbane. Le città notturne dicono molto, raccontano una dimensione.

Cosa l’ha colpita di Corigliano?
L’insieme del paesaggio, l’andare in giro, e scoprire che ci sono delle cose che venendo da Venezia ho riconosciuto: vie strette, mi piace il caos urbano del centro storico, le case s’incastrano una nell’altra, è qualcosa che ho sentito familiare. La sera con il buio certe zone diventano misteriose, anguste.

Inevitabile allora notare anche l’aspetto decaduto, il declino di alcuni palazzi storici.
Sì, ho notato il degrado, la trascuratezza, lo sporco, ma a me non interessa raccontare questo. Subisco il fascino del luogo a prescindere da come si presenta. La dimensione che mi affascina ha a che fare con la memoria, con la storia dei muri, dei palazzi, il vissuto che traspare è molto più interessante dei centri più nuovi come lo Scalo o il mare a Schiavonea.

Che foto vedremo sempre bn, sempre notte?
Tutte di notte sì, una scenografia quasi teatrale, sono immagini a colori un po’ decolorate, ho cominciato a fotografare con il colore solo quando ho scoperto il computer. Qui l’ho dosato e calibrato, c’è un colore accennato, un bn colorato direi.

Con il digitale la fotografia ha perso qualcosa o l’ha guadagnata?
Non ha perso nulla per me, chi dice la fotografia è morta, che non esista più, sbaglia. La fotografia cambia, si evolve, è la tecnologia che cambia la società, quella militare ha cambiato le sorti della guerra, così come nel cinema il sonoro ha dato qualcosa in più.

Quindi il computer ha amplificato il potere di una macchina fotografica?
Sì, per me è un’estensione, il computer è una gigantesca camera oscura che mi consente di fare anche altre cose. Il punto è se quello che riesci a fare, e a dire, ha poi un valore poetico, se dice qualcosa di interessante. Dopo anni di camera oscura si è anche propensi al nuovo.

Com’è il suo rapporto con il tempo “mentale” e il silenzio, immagino il fotografo come un osservatore silenzioso, che scruta, coglie, si aggira nei luoghi e necessita di tempo, un tempo per introitare lo spazio esterno, un altro per rapportarsi con lo spazio e per fotografare.
È interessante e giusto avere all’origine un’idea, uno studio, un progetto e andare lentamente. È anche vero però, che a volte ci sono certe intuizioni che è bello cogliere, coglierne l’istante.

Il senso profondo della fotografia è fermare l’istante, la memoria, Picasso diceva “Quando arriva l’ispirazione, deve trovarti con i pennelli in mano”. Perciò a monte c’è sempre la necessità di essere pronti a coglierlo l’attimo. Infine, cosa le fa dire questa è una bella foto?
Ciò che mi affascina di più è il potere evocativo che ha. Le foto che osservavo anche scattate da altri mi richiamavano qualcosa, da quelle dei miei genitori, a quelle dell’Ottocento, perciò ricordi, sensazioni.

Quindi emozioni e suggestioni che lei sfiora anche con la poesia.
La poesia grazie alle letture di E.Montale, mi ha avvicinato a un altro modo di esprimere me stesso intersecandolo con la fotografia.

Non resta che aspettare questa mostra sicuramente ricca di suggestioni poetiche.

Anna Lauria

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