Nei giorni scorsi, invitato dall’Associazione Culturale “Corigliano per la Fotografia”, Mario Cresci ha realizzato nella nostra città un lavoro fotografico che verrà presentato nel corso della prossima edizione di “Corigliano Calabro Fotografia”. Volentieri pubblichiamo il testo integrale della lettera inviataci che consideriamo come una lezione magistrale sulla fotografia. In attesa degli insegnamenti che darà al workshop di luglio vogliamo ringraziarlo condividendo i progetti sulla fotografia per Corigliano.

Cari amici,
vi ringrazio della bella accoglienza che ho ricevuto insieme a Maria Grazia e soprattutto ringrazio Gaetano e Luca che mi hanno consentito di fotografare le loro case, così particolari e interessanti, per vedere e conoscere da vicino due significative abitazioni storiche di Corigliano. Ringrazio anche Giorgio, Francesco, Nico, Salvatore Anna, che mi ha fatto una bella intervista, e scusate se ho dimenticato qualcuno.

Nel mio lavoro di osservatore della realtà ho sempre pensato che l’uso del mezzo fotografico sia anche un pretesto per entrare in contatto diretto e partecipato dei luoghi e delle persone che li abitano, anche se a volte è necessario separare le due situazioni per renderle più evocative e meno descrittive.

Intendo dire che la visione di uno spazio vuoto consente a chi guarda di immaginare storie e persone che lo hanno vissuto ed è come esercitare un gioco di memoria che proietta la nostra esperienza nel tempo e nello spazio vuoto di ciò che stiamo osservando. Così pure la fotografia di un volto di una persona isolata dal suo contesto può far pensare a tanti altri contesti immaginari che nascono dall’osservazione di quella immagine.
Ma sappiamo tutti che entrando nel mondo delle culture del Mezzogiorno i rapporti tra fotografia e realtà non sono gli stessi che si trovano in altre culture e realtà diverse co
me al centro o al nord d’Italia, ed è così che si uniscono più facilmente tra loro i luoghi, le cose e le persone, come parti inscindibili .
E’ sufficente pensare al ruolo della famiglia, alla vita urbana ed extraurbana delle persone, ai gruppi sociali e alle varie comunità tra loro molto più visibili rispetto a quelle dei grandi insediamenti, per passare poi alla forte consistenza della memoria della storia e delle tradizioni popolari che permangono vive anche se mutano nel tempo nei loro rituali, e così via. Tutti aspetti che ho vissuto negli anni della mia permanenza a Matera tra il ‘70 e la fine del ’90 in cui credo di aver compreso, dopo alcune difficoltà di ambientamento, il senso del vivere e del pensare i rapporti tra le persone e il sistema di vita rispetto all’economia e alla storia della loro territorio.

Mario Cresci

Tuttavia, venendo a Corigliano, ho scoperto ancora nuove cose e nuovi rapporti umani ben diversi da quelli della mia esperienza vissuta in Basilicata. Due regioni geograficamente così vicine e nello stesso tempo così lontane sul piano della storia e dei comportamenti, due realtà tra loro differenti ma ugualmente interessanti da studiare per tante ragioni che meriterebbero più spazio per poterle descrivere, in questo momento, dal mio punto di vista. Entrando nel merito delle prime impressioni che ho ricavato nei tre giorni di piacevole lavoro vissuto con voi, e soprattutto dopo l’incontro che abbiamo avuto l’ultima sera al Circolo, ho riflettuto sugli argomenti emersi dal dibattito e sui reali problemi che appartengono ormai alla gran parte delle città del nostro paese. Per ricordarvi alcuni esempi che tutti conosciamo: il grosso problema della cementificazione urbana nelle aree limitrofe ai centri storici, la continua e progressiva aggressione fisica del territorio e del suo patrimonio naturalistico in cui si tagliano colline, alberi, si scavano buche per discariche abusive, si costruiscono complessi edilizi senza qualità e senza rispetto per le aree verdi, la mancanza di parchi per i bambini e per gli anziani, il rapporto critico tra la città e la campagna, la mancanza di servizi pubblici e di scuole, la pochezza dei piani regolatori che in molti casi diventano “sregolatori”, la perdita della ragione e del buon senso verso nuove forme di programmazione sempre per la comunità, insomma, tutti aspetti di una cultura del progetto quasi inesistente che si è diffusa in modo esponenziale ormai dalla Brianza alla piana di Gioia Tauro, per citare solo due estremi.

La domanda che mi sono posto in questi giorni al mio rientro a Bergamo è stata molto semplice e riguarda il senso del fare, e il perché non siamo capaci di costruire progetti di fattibilità per contribuire realmente, nel nostro piccolo, al miglioramento e al progresso civile e culturale di una società che sembra non avere più idee, come invece dovrebbe avere per il bene pubblico. Cosa fare allora e come agire realmente usando le nostre competenze personali congiunte ad altre competenze e saperi che unite insieme formano una rete di relazioni finalizzate a concrete proposte di fattibilità.
Apparentemente il ruolo di fotografo non può essere quello del sociologo, dell’architetto, dell’urbanista o dell’economista, perché siamo abituati a credere che ogni persona debba espletare le proprie competenze all’interno delle singole specificità professionali e che non debba creare, per così dire, invasioni di campo. Io penso invece il contrario e credo in un continuo confronto partecipato con gli altri perché sono convinto del pensiero positivo delle idee e dell’immaginazione come espressioni di una cultura partecipata che è rivolta alla qualità della vita che passa attraverso l’arte e la comunicazione sociale in cui ogni individuo relazionandosi agli altri ritrova se stesso config urandosi come persona attiva a partire dal proprio ambito quotidiano. In questo senso, il fare fotografia diventa un modo più esteso e complesso rispetto all’attuale che è prevalentemente di natura estetica o meramente descrittiva del reale. Credo che tutti voi siate d’accordo con questa mia osservazione, almeno mi è parso di capire questo quando ne abbiamo discusso velocemente a voce. Soprattutto in una realtà come quella di Corigliano credo vi siano le condizioni per pensare, ad esempio, al Festival della Fotografia come a un evento culturale in grado di trattare temi e problemi della realtà della città che si misurano con esperienze esterne significative anche per la collettività locale. La fotografia non dovrebbe solo incentivare il mondo dei fotografi che vengono invitati per mostrare ciò che sanno fare, ma che poi giustamente ripartono da dove sono venuti dopo una bella vacanza a Corigliano. Questo mi sembra normale ma anche riduttivo rispetto a quello che si potrebbe fare per utilizzare al meglio queste presenze come avviene per esempio in Francia, ad Arles e in altri paesi dove è normale che dopo alcuni anni di manifestazioni d’arte, le città che ne sono coinvolte pensino a creare situazioni e strutture culturali a carattere permanente. Ad Arles, per esempio, sull’onda del Festival, dopo la decima edizione hanno pensato di creare una scuola di fotografia finanziata al suo inizio dagli enti pubblici locali e da alcuni sponsor privati e successivamente dal Ministero della Cultura che l’ha inserita nei finanziamenti annuali riservati alle iniziative di cultura certificate da una apposita Commissione di controllo.

Mario Cresci

So bene che da noi questo non è previsto, tuttavia vale la pena che i nostri politici lo sappiano ugualmente.
La scuola di Arles è oggi considerata una delle più prestigiose al mondo e ospita anche un certo numero di studenti stranieri ammessi attraverso un esame attitudinale e su circa duecento domande ne vengono accettate una ventina. Questo esempio solo per citare il primo che mi è venuto in mente e che tutti conosciamo da tempo.
Volendo concludere con queste brevi note personali penso che dopo sei anni di Festival potreste avviare un progetto per una Scuola superiore di Fotografia a Corigliano sul modello della Scuola di Vevey (Losanna) ideata da Radu Stern con cui ho lavorato per alcuni anni come docente.
Pur essendo situata in un contesto molto diverso da quello svizzero, gran parte dei programmi di studio che erano stati adottati a Vevey si potrebbero facilmente attuare per la Scuola di Corigliano e questo consentirebbe di avere un centro di formazione post laurea equivalente al biennio di specializzazione che in questo momento è attivo all’Accademia di Brera dove insegno “Teoria e metodo della Fotografia”.
La Scuola, oltre alla formazione, potrebbe attivare nuove forme di progettualità per il web e per la comunicazione visiva (grafica, fotografia, web design) in modo da divenire in poco tempo un punto di riferimento, anche in senso produttivo, per la committenza pubblica e privata della Calabria e delle regioni del Mezzogiorno. Una Scuola che si potrebbe in gran parte autofinanziare, essendo civica e riconosciuta dal Ministero, per qualsiasi tipo di ricerca e di sperimentazione artistica finalizzate alla ricerca oltre la formazione artistica e professionale.
Le aree occupazionali previste intorno al nodo centrale della Fotografia, si possono individuare in discipline come editoria, pagine web, grafica di sistema, immagini coordinate per le industrie e gli enti pubblici, comunicazione turistica e valorizzazione dei beni culturali, architettonici e ambientali in collaborazione con il Darc di Roma e le soprintendenze regionali. Durante i due semestri, il Festival e la Scuola potranno estendere le loro competenze verso altri festival e altre analoghe scuole, in Italia e all’estero, attivando collaborazioni, scambi e confronti in cui è previsto l’intervento, anche in questo caso, di altre discipline come filosofia, antropologia visiva, geografia umana, e urbanistica, in cui l’uso della Fotografia si arricchisce entrando nel merito di un più vasto disegno culturale e territoriale in relazione ad altre esperienze spesso più avanzate delle nostre a livello didattico e organizzativo. I possibili partners istituzionali oltre a Vevey e Brera, potrebbero essere rappresentati da Forma (Contrasto), la scuola di Arles e la Fnac Italia, solo per citarne alcuni, mentre per la parte industriale: Espson Italia, Canon e Apple per i computer in comodato, in alternativa HP.
Questo è ciò che mi premeva dirvi e che in parte avevamo già discusso con Gaetano e Luca prima del mio rientro a Bergamo. Nei prossimi giorni ci sentiremo per le immagini che ho appena terminato di scaricare nel mio computer e che nei prossimi giorni vi manderò come proposta per la mostra.
Per ora, nel ringraziarvi dell’attenzione e della splendida accoglienza, resto in attesa di un riscontro.

Cari saluti a tutti

Mario

Bergamo, 13 aprile 2008

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