Mario DonderoMario Dondero (Milano 1928) rappresenta una delle più importanti e originali «voci» nell’ambito del fotogiornalismo contemporaneo: un «protagonista scomodo», autonomo e originale. «Per lui – scrive Uliano Lucas – la macchina fotografica è uno strumento di libertà, una scelta di vita, un mezzo per conoscere il mondo e le persone». «Nel suo percorso – continua Lucas – ha dato un volto agli umili, ci ha consegnato ritratti di intellettuali, filosofi e pittori, ha prediletto e raccontato quel mondo intorno a noi che il potere tende a ignorare.
E’ stato dentro al ribollire del cinquantennio, agli sconvolgimenti sociali che l’hanno attraversato, e non solo per «documentare», ma per tentare di capire la vita e le ragioni della gente che ritraeva nei suoi lavori, nelle sue fatiche – siano essi il mondo della fabbrica o quello contadino, il maggio francese, i nomadi irlandesi, il Madagascar o Cuba, la Praga magica o il ritratto del vecchio miliziano della Repubblica spagnola o gli intellettuali parigini – si scopre il rispetto con cui Mario ha sempre guardato al soggetto fotografato, a storie di vita in cui ha sempre saputo entrare in punta di piedi, con discrezione e sensibilità. Le sue sono foto da guardare non con i parametri della bella foto, sono foto “colte”, dai molti rimandi letterari, politici, cinematografici…».
La fotografia di Mario Dondero, come ha osservato Jean-François Noël, è «scarna ed essenziale, talvolta ai limiti del casuale, condotta sempre con discrezione e pudore, in un bianco e nero che – se si richiama immediatamente alla tradizione della scuola francese – non è mai eccessivamente levigato»._Dice infatti Dondero di sé: «Non credo di avere uno stile illustrativo, né mi interessa averlo. Preferisco mettere in evidenza l’aspetto ironico di fronte a un potere forte, la sensibilità di fronte a un soggetto debole. Ogni volta che tieni l’obbiettivo in mano, hai infinite possibilità di immagini: dipende solo da te sapere cogliere dall’ordinario, dal consueto aspetti interessanti. Concetti che non mi sembrano affatto estranei agli ideali del grande maestro Cartier-Bresson».

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