MONIKA BULAJ, fotografa, reporter e documentarista, svolge la sua ricerca sui confini delle fedi tra minoranze etniche e religiose, popoli nomadi, fuggiaschi, in Europa ed Asia, in Africa e nei Caraibi.
Ha studiato filologia all’Università di Varsavia, e seguito corsi di antropologia, filosofia, teologia. Pubblica con La Repubblica, Corriere della Sera, Revue XXI, Internazionale, GEO, National Geographic. Autrice dei libri di reportage letterario e fotografico, con Alinari, Skira, Frassinelli, Electa, Feltrinelli, Bruno Mondadori, National Geographic. A settembre uscirà il suo ultimo volume Where Gods Whisper/Dove gli dei si parlano con Contrasto, in inglese e italiano.

Ha ricevuto numerosi premi per la fotografia e il reportage. Nel 2014 le è stato consegnato il Premio Nazionale Nonviolenza, per la prima volta assegnato ad una donna, con questa motivazione: “per la sua attività di fotografa, reporter e documentarista, capace di mettere in luce l’umanità esistente nei confini più nascosti eppure evidenti della terra, di far vedere la guerra attraverso le sue conseguenze, di indagare l’animo dell’Uomo, la sua ansia di religiosità, di tenerezza e di dignità. Monika Bulaj rende visibile l’invisibile, attraverso l’esplorazione dell’animo delle persone, creando con l’immagine, l’unità dell’umano.”

Volti, mare, cieli

per Mario Dondero

Questa ricerca nasce da una promessa lieve come l’amicizia e da due parole appena leggibili. Mario Dondero, il formidabile fotografo che voleva fare il marinaio e che dell’amicizia sapeva far arte, mi disse tre parole: “Volti, cieli, …”  ma non ricordo l’ultima. Mi chiese di intitolare proprio cosi una mostra nel Sud d’Italia. E perché non me ne dimenticassi, lo volle scrivere. Ma la terza parola diventò indecifrabile, confluendo in un groviglio di segni sulla riva del foglio. Mario s’era addormentato con un sorriso e la penna tra le dita delle ultime parole che avrebbe scritto. E’ stata l’ultima volta che ci siamo visti.

La terza parola, “mare”, è emersa sulla rive di Schiavonea, un villaggio di pescatori ai piedi di Corigliano Calabro dal profilo di fiaba. Questa costa dello Ionio negli anni Venti fu il sogno dei ragazzi del Sud, attratti da una leggenda: le barche sembravano andare a fondo, talmente erano cariche di pesci, si narrava. Venivano da Sardegna o Sicilia, persino a piedi da Napoli, o dalla costa amalfitana, come il maestro d’ascia Natale Monti, chiamato per la sua arte tanto richiesta. Si presero mogli, fondarono casate, Celi e Curatolo le più corpose. Passavano tre, quattro mesi in mare con i figli, tornando barbuti come Ulisse.

Questi pescatori vivono sullo stesso mare scrutato dai villaggi-fortezze dagli arbëreshë, gli albanesi fuggiti nel Quattrocento dai turchi al riparo della Sila greca.

Dallo stesso mare escono oggi i figli d’Africa, da quell’ “abisso coperto da uno specchio”, come ha scritto il poeta polacco Zbigniew Herbert. Ripescati dai fondali per riavere il nome e la sepoltura, soccorsi nelle acque africane e accolti dal popolo figlio di Enea il profugo, che cosi sta forse salvando anche il cristianesimo, l’identità mediterranea e l’Europa dei muri.

Il mare di mezzo che getta le genti ora su una costa, ora sull’altra. I loro volti e i loro cieli.

 

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